Oggi il Direttore Generale della Fondazione IFEL Campania Annapaola Voto è intervenuta all’incontro “Donne e carriera pubblica: tra evoluzione normativa e barriere culturali”, promosso dall’Università degli Studi di Napoli Parthenope, nell’ambito delle attività della SIEGi e del C.U.G.
Un’occasione importante di confronto su un tema che oggi riguarda non solo le pari opportunità, ma anche il futuro della trasformazione digitale della pubblica amministrazione.

Negli ultimi anni abbiamo parlato molto di “soffitto di cristallo”. Oggi però sta emergendo una nuova sfida: il rischio che le donne restino escluse dai luoghi in cui si governa l’innovazione pubblica, i dati, l’intelligenza artificiale e la governance digitale.
Chi decide su questi processi sta già costruendo il funzionamento delle istituzioni del futuro. La vera domanda allora è: le donne saranno protagoniste di questo cambiamento oppure no?
Nel suo intervento il Dg Voto ho provato a riflettere sul rapporto tra innovazione, leadership femminile e pubblica amministrazione, con uno sguardo particolare al Mezzogiorno e alla Campania. Perché non esiste innovazione senza inclusione.
E non può esistere una PA davvero moderna se metà del talento continua a restare ai margini.
Qui il testo completo del suo intervento
"Buongiorno a tutte e a tutti, vorrei iniziare con una domanda semplice, ma decisiva:
chi governerà la trasformazione digitale della pubblica amministrazione? E soprattutto: le donne saranno dentro oppure fuori da questo nuovo spazio di potere decisionale? Non è una domanda teorica. È una domanda concreta, attuale, politica e amministrativa insieme.
Per molti anni abbiamo affrontato il tema delle pari opportunità guardando soprattutto alla presenza femminile nei luoghi di vertice. Sappiamo bene che le donne studiano di più, ottengono spesso risultati migliori nei percorsi universitari e nei concorsi pubblici, ma quando si sale verso le posizioni apicali la loro presenza diminuisce.
Abbiamo chiamato questo fenomeno “soffitto di cristallo”. Oggi, però, accanto a quel soffitto, sta emergendo un nuovo rischio: un algoritmo invisibile che può escludere le donne dai luoghi in cui si governa l’innovazione pubblica. Perché la pubblica amministrazione sta cambiando profondamente forma.
Le carriere del futuro non si costruiranno più soltanto sull’esperienza amministrativa tradizionale. Si giocheranno sempre di più sulla capacità di governare dati, intelligenza artificiale, interoperabilità, innovazione organizzativa, semplificazione digitale. In altre parole: chi governa i dati governa le decisioni. E allora la domanda non è più soltanto: quante donne arrivano ai vertici?
La domanda vera diventa: quante donne stanno entrando nei luoghi in cui si decide il futuro digitale delle istituzioni? Perché chi progetta piattaforme, algoritmi e servizi pubblici digitali decide anche, implicitamente, come funzionerà il rapporto tra cittadini e istituzioni. E qui si apre una questione enorme: possiamo davvero immaginare un’innovazione pubblica neutrale, se nei processi decisionali manca uno sguardo femminile? In Europa questo tema è già considerato strategico.
La Commissione Europea misura il rapporto tra donne e trasformazione digitale attraverso il Women in Digital Index, che analizza competenze digitali, presenza nelle professioni ICT e leadership tecnologiche. I dati ci dicono che le donne continuano a essere sottorappresentate proprio nei settori che stanno ridefinendo il lavoro e il potere del futuro.
E se il digitale resta prevalentemente maschile, rischia di esserlo anche il governo della trasformazione pubblica. L’Italia, purtroppo, è ancora sotto la media europea, soprattutto nelle competenze digitali avanzate e nella presenza femminile nelle professioni tecnologiche. Secondo i dati ISTAT 2025, solo il 54,3% degli italiani tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali almeno di base, ancora molto lontano dall’obiettivo europeo dell’80% entro il 2030.
Ma il dato più significativo è che il divario digitale cresce in presenza di quattro fattori: genere, età, titolo di studio e territorio. Le donne, soprattutto adulte e over 45, risultano tra i gruppi più esposti al rischio di esclusione digitale: utilizzano meno strumenti digitali avanzati, partecipano meno alla formazione continua e sono meno presenti nelle professioni ICT. In Europa, inoltre, solo circa una persona su cinque nelle professioni ICT è donna.
Questo significa che i settori che stanno guidando la trasformazione digitale restano ancora fortemente maschili. E questo tema riguarda direttamente anche la pubblica amministrazione. Perché oggi nelle amministrazioni stanno emergendo figure sempre più strategiche: Responsabili della Transizione Digitale, esperti di dati, specialisti dell’innovazione amministrativa, professionisti dell’intelligenza artificiale e della governance digitale.
La vera domanda allora è: quante donne stanno entrando in questi nuovi luoghi del potere amministrativo digitale? Perché il rischio non è soltanto un ritardo tecnologico. Il rischio è che il governo della trasformazione pubblica venga costruito senza una piena rappresentanza femminile. Nel Mezzogiorno, e in Campania in particolare, questo fenomeno si amplifica ulteriormente.
Qui il digital divide si intreccia con il basso tasso di occupazione femminile, i carichi di cura, il minore accesso alla formazione continua e una minore esposizione professionale alle tecnologie. Si crea così una spirale pericolosa: meno lavoro, meno esposizione al digitale, meno competenze, minore accesso alle carriere apicali. Ma io credo che proprio qui si apra una grande opportunità.
La trasformazione digitale della pubblica amministrazione locale può diventare una straordinaria leva di emancipazione femminile. Penso soprattutto ai Comuni, che stanno vivendo una trasformazione profonda. Stanno emergendo nuove professionalità: responsabili della transizione digitale, esperti di dati, specialisti dell’innovazione amministrativa, figure legate all’intelligenza artificiale e alla semplificazione dei processi.
E questi mestieri pubblici del futuro hanno una caratteristica importante: non sono ancora cristallizzati dentro modelli tradizionali. Abbiamo dunque una finestra storica. Possiamo scegliere se replicare vecchie disuguaglianze oppure costruire una leadership pubblica diversa: più plurale, più inclusiva, più contemporanea. Per farlo, credo servano almeno tre azioni concrete.
La prima: investire nella formazione avanzata delle donne nella pubblica amministrazione. Non basta parlare di empowerment. Occorre costruire competenze reali: intelligenza artificiale applicata ai servizi pubblici, gestione dei dati, project management, procurement innovativo, governance digitale. La seconda: costruire reti di mentoring femminile nelle amministrazioni.
Perché le carriere apicali non dipendono soltanto dal merito, ma anche dall’accesso alle reti, alle opportunità e ai luoghi in cui si forma la leadership. La terza: valutare sempre l’impatto di genere della trasformazione digitale. Ogni innovazione amministrativa dovrebbe porsi una domanda semplice: questa trasformazione sta riducendo o aumentando le disuguaglianze?
Ed è qui che diventa centrale il tema del gender mainstreaming nelle politiche pubbliche europee. L’Unione Europea ci chiede ormai di integrare la prospettiva di genere in tutte le strategie di sviluppo, innovazione e coesione territoriale. Penso, ad esempio, anche agli obiettivi del FESR legati all’affordable housing, dove il tema dell’abitare sostenibile e accessibile non può essere separato dalla qualità della vita delle donne, dall’autonomia economica femminile, dalla conciliazione tra lavoro e cura e dall’accesso ai servizi digitali e sociali.
Perché oggi parlare di innovazione urbana, rigenerazione territoriale e trasformazione digitale significa anche chiedersi: chi beneficia realmente di queste politiche? Chi resta escluso? E soprattutto: stiamo progettando città, servizi e amministrazioni capaci di includere davvero le donne nei processi di cambiamento? Il gender mainstreaming non è un elemento accessorio delle politiche europee. È un criterio di qualità democratica delle istituzioni e delle scelte pubbliche.
Perché la tecnologia non è mai neutrale. Può emancipare oppure escludere. Dipende da chi la progetta, da chi la governa e da chi prende le decisioni. E allora vorrei chiudere tornando alla domanda iniziale. Per anni abbiamo parlato del soffitto di cristallo. Oggi dobbiamo guardare anche a qualcosa di nuovo. La sfida del nostro tempo non è soltanto avere più donne ai vertici.
La vera sfida è avere più donne nella stanza in cui si decide il futuro digitale delle istituzioni. Perché non esiste innovazione pubblica senza inclusione. E non esiste una pubblica amministrazione davvero moderna se metà del talento disponibile continua a restare ai margini. Vorrei chiudere con una frase della filosofa Hannah Arendt che credo interpreti bene il senso di questa riflessione: “Il potere nasce quando le persone agiscono insieme”. Ecco, la trasformazione digitale della pubblica amministrazione sarà davvero democratica soltanto se sarà costruita insieme, senza lasciare indietro il talento, le competenze e lo sguardo delle donne.
Grazie!"


